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Editoriale Di Paolo Aldo Rossi – “Anthropos & Iatria”, Anno 2, N°1, 1998

PAOLO ALDO ROSSI

Quel che è troppo è troppo, anche in fatto di popolarità. A Roma, sulle prime, vi sentite pieni di rimpianto perché Michelangelo è morto, poi con l’andar del tempo, rimpiangete soltanto di non averlo visto morire. Calendario di Wilson lo Zuccone – (Mark Twain – Wilson lo Zuccone)

Diversi mesi orsono, studiando le varie cure, non “ufficiali”, del cancro, abbiamo incontrato l’opera di Luigi Di Bella, medico e ricercatore sconosciuto ai più. Di lui scrivemmo: ” …un uomo che da sessanta anni professa la medicina, che ha fatto la ricerca a proprie spese, che cura ‘gratis’ da sempre centinaia di malati e che potrebbe essere in errore (ma non volontario), ora più che ottuagenario, viene attaccato da …” e del suo libro, Cancro, siamo sulla strada giusta? (pubblicato nel 1997): “…sembra aprire nuovi sentieri nella terapia dei tumori e mettere in discussione dogmi e schemi della oncologia ufficiale …”. Ma allora non avremmo mai immaginato che, nei sondaggi, il personaggio sarebbe diventato tanto popolare da battere non solo i politici ma anche le stars del calcio, del cinema, della canzonetta e della televisione.

Infatti oggi, che l’anziano medico è uno degli uomini più famosi d’Italia, in grado di mobilitare centinaia di migliaia di persone contro il Ministro, di rispondere per le rime alle Multinazionali Industrie Farmaceutiche, di trattare da pari con i Baroni di Medicina, (che prima gli davano del ciarlatano e ora gli si rivolgono con deferenza), ci sentiamo obbligati a domandarci.qualcosa in più sul suo metodo per non cadere nella trappola di fare di Di Bella esclusivamente la vittima politica dei “potenti” e dei suoi malati, i malaccorti e stolti acquirenti della somatostatina a carissimo prezzo.

Prima, se il metodo esiste? Subito dopo se é oggettivabile e intersogettivabile? Cioè se è un metodo scientifico e se è comunicabile agli altri. Se, indipendentemente da chi lo pratica, i suoi “protocolli” sono proposizioni sempre vere su di quel particolare universo di oggetti e se valgono a discriminare quella particolare “scienza” da tutto il resto. Se è un metodo buono per tutti gli ammalati della terra e non solo per quelli che ci credono fideisticamente. Se continua a valere anche se cambiano gli operatori…

Sono queste domande retoriche di cui gia sappiamo la risposta. Al punto che per “metodo” e per “protocolli” abbiamo diverse definizioni e non ci sfiora neppure il sospetto che se non siamo d’accordo a livello di logo semantico (sul signifIcato dei termini che si utilizzano)non possiamo iniziare qualunque discorso sul logo apofantico (sulla verità o la falsità di quel che si afferma). Inoltre, è giusto sottoporre a sperimentazione cio che non è possibile sperimentare: il valore della “cura” personalizzata ossia il fatto che Di Bella si sia dedicato ai malati con tutto il suo cuore? Per anni egli non ha seguito alcun protocollo e ora gli si chede di fissarli. E’ chiaro che lui (e i suoi collaboratori)mai si troveranno d’accordo con l’Istituto Tumori, che da sempre porta avanti una sperimentazione che non è (e ovviamente non potrà mai essere) una cura personalizzata.

Il termine “cura”, nella lingua italiana è andato sempre più perdendo il suo originario significato di “ho a cuore” e “attenta preoccupazione verso ..” [nel caso della medicina “… verso la salute”], ed ha acquisito quello più ristretto di “terapia” (farmaco, medicamento, rimedio). “Lo scopo dell’arte medica – dichiarava Claudio Galeno – è la salute, il fine è ottenerla”, il chè è rimasto nel linguaggio comune dove le parole: care, soin, cura, sorge, solicitud ecc…stanno per avere cura, o meglio a cuore, una data condizione, lo stato di salute, mantenerlo o riconquistarlo.

Se ci si colloca in quest’ottica, da cui purtroppo la medicina occidentale si è allontanata progressivamente, così come si è allontanata dal rapporto “affettivo” col paziente, si recupera una diversa visione del problema “salute”. La malattia non ci appare più come una mera affezione interessante una parte del corpo umano, ma come la manifestazione di una condizione disarmonica generale di cui l’affezione è la manifestazione patologica più evidente. Parimenti il paziente sfugge al rischio di essere visto come “organo malato” e si propone al medico nella sua interezza di individuo. Come ha ben evidenziato Foucault, la storia della medicina occidentale è metaforicamente la storia dello sguardo del medico che si posa sul malato: a seconda di come egli lo guarda, il malato si riduce a “corpo della malattia”, organo separato su cui operare, o si impone come essere che soffre e a cui va ridata l’armonia.

E’ chiaro che questo rapporto “affettivo” con il paziente non può esser deciso da un protocollo. Sempre più spesso sappiamo che diversi pazienti, affetti da tumore, hanno preferito le cure di un medico “alternativo” alle dolorose e impersonali terapie della oncologia tradizionale, altri sono andati dal guaritore o dello sciamano e altri ancora si sono recati a Lourdes o da Padre Pio, alcuni sono guariti, altri sono morti e altri ancora continuano a girare alla ricerca di quel farmaco che li guarira. “E’ meglio – scive Asher – credere in qualcosa di infondato da un punto di vista terapeutico che riconoscere apertamente il fallimento”

.Si è asserito che la medicina è l’unica professione che lotta incessantemente per distruggere la ragione della propria esistenza: prevenire le malattie ed eliminare il bisogno del medico. Essa tende ad essere un’arte “che viene esercitata mentre sta attendendo di scoprirla” e una scienza che sempre aspetta di essere imparata e coltivata

Ortega y Gasset afferma: “.. La medicina non è una scienza, ma una professione, è un fatto pratico […] che alla scienza si rivolge per sfruttare tutti quei risultati che le sembrano utili, ma che lascia cadere tutto il resto. E lascia cadere, in particolare, ciò che è più caratteristico della scienza, l’esercizio del dubbio e l’approccio problematico” e “In certo qual senso scienza e medicina sono agli antipodi,- come P. Skrabanek e J. Mac Cormick affermano – la scienza cerca una risposta sperimentale a quesiti generali, la medicina cerca una risposta specifica al problema specifico del paziente … Lo scienziato amplia le basi delle conoscenze comuni, il medico accumula esperienza personale. Mentre lo scienziato non fa che cercare problemi nuovi e smette di interessarsene quando sono stati risolti, il medico che ha trovato una soluzione è ben contento di specializzarsi proprio nell’applicazione di quella soluzione”. A nessun scienziato gli passerebbe per la testa una cosa del genere.

“La medicina clinica – scrive D. Antiseri – è una scienza storica per l’attività diagnostica e tecnologica per l’attività terapeutica”. In primo luogo la medicina, come d’altronde fanno le cosiddette scienze umane, ricorre a metodi e ad impianti epistemologici più simili a quelli della storiografia che a quelli della fisica o della chimica. A differenza delle diverse “scienze”, il cui fine è istituzionalmente noetico (la conoscenza di …), la medicina sembra avere anche finalità pratiche (la cura della salute e della malattia); generalmente, essa viene considerata un’arte fortemente connotata dalla perizia dell’artista (il medico), il quale attinge nozioni dall’emporio del sapere scientifico (le scienze empiriche) e abilità pragmatiche dal bagaglio delle tecnologie, raggiungendo i propri obiettivi con una corretta applicazione della scienza.

In questo momento storico che di medicina tutti ne parlano sarebbe il momento di applicarvi una rigorosa “epochè” chiedendo ai “politici” venditori di parole, agli “avvocati” azzeccagarbugli, ai “giornalisti” presuntosi e analfabeti, alla banda di allegri “talkshovisti” … di dedicarsi a tutt’altro che non sia la salute..

Allora forse ci potremo onestamente chiederci come ne stiamo uscendo dal caso Di Bella: i malati senza cura “personalizzata” che avevano sognato, la medicina sconfitta da ogni parte (sia l’oncologia ufficiale sia i medici dibbelliani) perchè lo si sapeva fin dall’inizio che non se ne poteva ricavar nulla da un dialoga fra sordi, Di Bella non più valutato per quel che di buono ha fatto nella vita (ma avendogli fatto dire che lui può curare la sclerosi a placche e il morbo di Alzhaimer).

Gli unici a guadagnarci sono stati i politici che hanno pescato nel torbido, gli avvocati che hanno difeso ciò che non poteva essere difeso e i conduttori di “talk show” che per una volta han potuto far reagire la gente senza sforzarsi a piangere;

E noi telespettatori seduti li davanti a passarci una serata coscienziosa e scupolosa, occupandoci di salute e di diritti del malato, che a volte, in mancanza d’altro, è proprio piacevole e divertente..