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Qigong

Dalla rivista “Anthropos & Iatria” – anno 2 – n° 1 – 1998 – De Ferrari editore

LA PRATICA TAOISTA DEL QIGONG

Stefano Piemonte e Fabio Gaudio

Perché pratichiamo Qigong e perché ne parliamo? Il “noi” non é impersonale ma riferito a chi scrive. Perché ci siamo accostati a questa disciplina? Perché abbiamo accettato di tenere una rubrica sull’argomento su una rivista scientifica?

Perché le cose iniziano sempre dal molto piccolo; poi si espandono. Praticare Qigong non é come andare in palestra d’inverno per buttare giù qualche chiletto di troppo, o come prepararsi con una ginnastica presciistica, anche se crediamo che, da qualche parte, qualcuno lo utilizzi proprio in questo modo.

Il concetto di Qi, come é ben descritto nel libro di Giulia Boschi “Medicina Cinese: La Radice e i Fiori”, “..esprime un aspetto sostanziale, che comprende tutti i substrati fisiologici dell’organismo; un aspetto funzionale, che esprime l’attività vitale dell’organismo; un aspetto psicologico e spirituale ossia la vita emotiva, razionale e cognitiva, nonché il concetto di trascendenza…”.

L’ideogramma Gong, come ha definito il Prof. Li Xiao Ming in una delle sue lezioni, esprime l’idea di applicarsi nel tempo con tenacia per ottenere un risultato, quindi: allenamento, addestramento. In sintesi i due ideogrammi esprimono la possibilità di un lavoro su se stessi sul proprio funzionamento sia da un punto di vista fisiologico che psicologico.

La scelta di praticare il Qi Gong nasce da esigenze manifeste che si esprimono spesso come disagi che limitano la qualità di vita della persona; per esempio: emicranie, ansia, insonnia, gastriti, dolori in varie parti del corpo e altro.

Questo non è che il primo passo; successivamente, ognuno con i suoi tempi, entra nell’esperienza e inizia a cogliere il senso profondo del Qigong, comincia ad utilizzarlo, non esegue una serie di movimenti perché “imposti” da un istruttore, ma ascolta e segue ciò che il suo corpo e la sua mente gli chiedono. In altre parole entra in contatto con le sue sensazioni ed é consapevole del suo corpo.

In questo senso il Qigong rappresenta una pratica estremamente libera: é il praticante stesso che sceglie di utilizzare una tecnica piuttosto che un’altra, in base alle sue esigenze e ciò genera piacere.

Come? Riuscire ad eliminare una tensione muscolare o un’emozione negativa, permette un’espansione, crea una sensazione nuova di piacere: abbiamo eliminato qualcosa che ci faceva soffrire. Mentre pratichiamo é necessario entrare in una condizione simile a quella dei bambini quando giocano. Questo concetto é espresso bene da Alexander Lowen nel suo libro Il Piacere:

“…molti giochi infantili contengono l’atteggiamento del ‘facciamo finta che’; questa finzione é necessaria perché permette al bimbo di coinvolgersi fino in fondo nell’attività del gioco, senza questa simulazione i bambini non riuscirebbero ad ottenere un serio coinvolgimento e non vi sarebbe quindi piacere… In virtù di questa simulazione il bambino entra con tutto il cuore nel gioco, e ne trae piacere grazie all’espressione di sè… La facilità con cui un bambino riesce a fingere e a simulare, indica che il suo mondo é prettamente interiore e che contiene un vasto deposito di sensazioni dal quale può attingere… Tuttavia qualunque sia la simulazione un bambino resta in contatto con le sue sensazioni e resta in contatto con il suo corpo. Questa realtà interiore non viene mai sospesa: se il bambino perdesse per qualche motivo il piacere, per lui il gioco sarebbe finito, non si mette ad autoingannarsi… La differenza tra immaginazione ed illusione, tra simulazione creativa ed autoinganno dipende dalla capacità di rimanere veri di fronte alla propria realtà interiore: sapere chi si é e cosa si percepisce.”

Se riusciamo a praticare con questo atteggiamento, sicuramente otterremo dei risultati.

Dobbiamo guidare il pensiero, trovare la nostra condizione ideale. Se partiamo da una situazione debole, é necessario iniziare a far sì che la nostra intenzione e il nostro pensiero simulino una trasformazione.

Se il corpo e la mente sono indeboliti mettono in grande pericolo la capacità di rilassarci, condizione necessaria per ottenere l’efficacia di questi esercizi. All’inizio della pratica, proprio per queste debolezze di base, é molto importante riuscire a guidare i pensieri e trasformarli da preoccupati in pensieri felici.

Prima di mettersi a praticare la cosa più importante é quella di cambiare il proprio atteggiamento mentale, provare a dimenticare tutte le sofferenze ed i dolori. Ad esempio se avverto un dolore alla schiena durante il lavoro, cercherò di distogliere pensieri tipo “non ce la faccio, non ci riuscirò mai”, e così via. Proverò a cercare un pensiero felice. Questa é la caratteristica fondamentale per iniziare questo tipo di pratica.

Un ulteriore aspetto riguarda la facilità dei movimenti. Tutti i movimenti del corpo durante gli esercizi devono essere spontanei, ci si deve sentire a proprio agio.

La libertà dei movimenti é una condizione necessaria per provare piacere. Spesso le funzioni di una persona sono disturbate da tensioni muscolari croniche. Per allentarle é necessario sentirle come una limitazione all’espressione di se stessi. Non é sufficiente essere consapevoli del dolore che provocano. Alexander Lowen ha scritto che “Una delle caratteristiche qualitative della vitalità é il fatto di essere in contatto. Potrete chiedervi: in contatto con che cosa? In contatto con tutto ciò che si trova nel raggio e alla portata delle percezioni sensoriali. Essere in contatto significa essere consapevoli di ciò che accade dentro di voi e intorno a voi. È qualcosa di completamente differente dal conoscere, che é un’attività più intellettuale che percettiva.”

Nei periodi iniziali di sperimentazione di questi esercizi, il pensiero e l’energia non si muovono esattamente in maniera sincronica, hanno tendenza ad avere una diversità di movimento. La differenza di base é che il pensiero si muove con grande velocità mentre il qi all’interno si muove molto lentamente.

Ci vuole un certo periodo di tempo per riuscire a sincronizzare, ad armonizzare la velocità del pensiero con quella dell’energia, per ottenere questa sincronizzazione l’unica possibilità risiede nella spontaneità del movimento.

Il modo in cui respiriamo determina la qualità della nostra vita. Le tecniche di respirazione del qigong tradizionale cinese, prevedono delle respirazioni lente, sono respirazioni lunghe, sottili, profonde e piene, sono mirate a tonificare il corpo e l’energia.

In questo modo si possono curare le malattie croniche. È chiaro che non si deve forzare la respirazione affinché abbia queste caratteristiche. Anche questo processo dovrà essere un divenire spontaneo.

Utilizzando questo atteggiamento nella pratica, il salto di qualità é evidente. Si é partiti da un interesse generico e non chiaro e si é arrivati ad un vero e proprio processo in cui siamo noi a prenderci cura di noi stessi.

Se riusciamo a praticare in questo modo, questo tipo di allenamento ci risulterà comodo e ci darà una sorta di formazione da utilizzare in qualunque momento ce ne sia bisogno.

Insomma la pratica del Qigong non é fine a se stessa, si pratica in modo che tramite il Gong (l’applicazione nel tempo con tenacia per ottenere un risultato), si possa arrivare al Qi (che fa capo a tutte le relazioni del mondo naturale), per trovare un’equilibrata armonia della sfera funzionale ed emotiva.

Questo allenamento potrà essere applicato potrà essere impiegato in una serie infinita di attività umane.

Paolo Caruso é un esperto di arrampicata sportiva, nel 1993 ha scritto un libro “L’arte di arrampicare”, con “…l’intenzione di presentare un nuovo approccio culturale nei confronti dell’arrampicata.” Nelle sue riflessioni é arrivato ad affermare che “Di certo la motivazione più evidente é insita nell’attività stessa, nel senso che é il piacere della scalata in ogni suo istante che ci porta a praticare la disciplina medesima. Ma ciò che attualmente sembra accadere é che la motivazione reale non é data tanto dall’attività in sé, quanto piuttosto dalla speranza o dall’ambizione di riuscire a raggiungere determinati risultati. È interessante però osservare come alla volontà di migliore fisicamente per poter conseguire quei risultati, spesso non corrisponda una adeguata volontà di migliorare mentalmente. La separazione tra mente e corpo porta in genere ad affrontare le cose unilateralmente, sviluppando volta per volta solo uno dei due aspetti… È’ il modo in cui arrampichiamo, cioè il ‘come’, ed in senso ancora più lato é il nostro comportamento che ha in sé il significato che ricerchiamo… Negli scalatori che aspirano prevalentemente al risultato si verifica spesso che ad un allenamento esasperato fa riscontro un risultato inadeguato, che é poi corrispondente all’atteggiamento mentale”.

Grazie alla percezione delle sensazioni e ad un buon atteggiamento mentale, possiamo “praticare” all’interno di qualunque attività umana. Le persone che maggiormente sono in un profondo contatto con se stesse praticano Qigong senza avere la necessità di impararne le tecniche elementari.

Poi il Qigong come cultura e disciplina legata alla tradizione Taoista é ancora molto di più, ma questa é un’altra storia.

BIBLIOGRAFIA